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Questa mattina ho saputo da Stefano e dalla radio che Umberto Eco è morto.

Da due anni a questa parte al lavoro l’abbiamo nominato più volte per via di un progetto editoriale che avevamo e seguivo direttamente. Un mese fa avevo ricevuto anche una sua mail che ci dava il via libera per pubblicare un suo libro in inglese. Le coincidenze della vita sono sempre strane; ieri sera ero a una cena di lavoro con colleghi spagnoli che mi chiedevano se a Bologna ci fosse la Facoltà di Comunicazione. E io ho risposto “Si, è stata fondata da Umberto Eco”. Chissà quante altre persone nella giornata di ieri, mentre lui probabilmente era già semi-cosciente o forse già addormentato, lo hanno nominato, hanno insegnato con un suo testo, o semplicemente hanno incrociato qualche scritto, pensiero o fatto che lo ha riguardato direttamente.

Il mio ricordo di Eco non è però legato a questi ultimi due anni al lavoro. Il mio ricordo è culturale, è di trasformazione, di continuità e di certezze. 

Era il 1999 ed ero iscritta al primo anno di Università, facoltà di Storia Contemporanea. Preparavo il primo esame che, a giudicare dal nome, doveva essere facile: Geografia.

Peccato (o per fortuna non so) che a tenere il corso fosse il Prof. Franco Farinelli allievo e poi collega di Eco alla facoltà di Scienze della Comunicazione e il corso era difficilissimo e molto filosofico. Io venivo da studi tecnici e non avevo mai approcciato la filosofia, la cartografia e la semiotica. Tutti argomenti oggetto di quel memorabile corso di Geografia che mi ha battezzato con l’Università. Fra i 5 libri da studiare ne ricorderò sempre uno: Kant e l’Ornitorinco di Umberto Eco, difficilissimo nella comprensione, complesso nei vocaboli, bellissimo nei contenuti che riportano un mix di eventi storici, scoperte naturalistiche, invenzione del linguaggio e consequenzialità delle intuizioni.

Ricordo ore passate in biblioteca con quel libro in affitto e accanto il dizionario e una rubrica in cui scrivevo il significato delle 1000 parole che non conoscevo. Fra queste c’era anche la parola “semiotica”: dare un significato ai segni.

Diedi l’esame il 28 febbraio 2000, fu un successo che mi spronò ad andare avanti con l’Università. Passarono 4 anni e il 10 febbraio 2004 consegnai la tesi in segreteria universitaria. Nell’ultimo giorno possibile. 

Per festeggiare l’evento che ci liberava da un peso notevole, io e la mia amica Eleonora siamo andate in giro per Bologna, siamo state in libreria e io decisi di comprare quel libro che studiai fra i primi, che per primo mi mise in difficoltà, ma che mi piacque così tanto da convincermi del mio progetto di studi.

Comprai Kant e l’Ornitorinco di Umberto Eco e tornai a casa contenta. In inglese si usa il termine closure per indicare il momento che sigilla la fine e dà significato a un percorso importante. 

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Noto solo ora che tutto successe a febbraio, così come questa scomparsa di oggi, il 20 febbraio.

Oggi, 20 febbraio, ho ripreso il libro dalla libreria per fotografarlo. 

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Questo ricordo è il mio personale piccolo tributo a una grande mente, a un essere umano dotato di grandissimo sarcasmo e ironia, a un grande scrittore del nostro secolo che ha creato storia e che ha certamente raggiunto l’immortalità, oggi più che mai. 

R.I.P. Umberto Eco 

 

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