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Due settimane fa ci sono stati gli attentati a Parigi e io non ho fiatato. L’ho scoperto la mattina del sabato alle 7.30. Ho acceso il cellulare e alcune notifiche di facebook mi dicevano che alcune persone che conosco a Parigi avevano confermato di essere “safe” in corrispondenza di “attacchi terroristici a Parigi”. Prima ancora di guardare cosa fosse successo ho pensato allarmata alla mia migliore amica che vive là. Ho aperto le mail e ho visto che ci aveva scritto alle 4 di mattina per dirci che stava bene, ma che non si trovava troppo distante dai luoghi clou. Da quel messaggio che mi ha trasmesso un senso di famiglia caldo, ho poi seguito con apprensione, ma un po’ di distacco le vicende di Parigi. Triste per quella città che adoro, preoccupata per l’Europa in generale.

Però non sono riuscita a indignarmi…

Non ho avuto la reazione assurda del 2001 davanti alle vicende delle Twin Towers o ai fatti di Genova e Carlo Giuliani. Quegli eventi mi avevano resa sgomenta.

Questa notte invece, con brutti sogni in cui finivo in mezzo a attacchi chissà dove e chissà quando, ho capito perchè non riesco a indignarmi.

Non ci riesco perchè ho paura.

Perchè sento questi eventi terribilmente vicini a noi e non ho tempo per giudicarli e indignarmi. Nel 2001 NY era lontana e Genova era una situazione contingente. Nel 2015 Parigi è a due passi, è roba nostra, così come tutta l’Europa. Vorrei iniziare a correre, ma non so verso dove (Nuova Zelanda?)

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Ho paura di aver messo al mondo un bambino che rischia un futuro incerto per colpa di fanatici che non hanno nulla a che vedere con tutte le persone che abbiamo accolto nei nostri paesi perchè “spaesati” nel vero senso della parola e che, anche loro, hanno bambini piccoli.

Ho paura perchè quando leggo fra i titoli dei quotidiani on-line che sono stati intensificati i raid aerei, penso che ce la stiamo mettendo tutta per sbagliare allontanandoci da una soluzione positiva.

Ho paura perchè ho iniziato a pensare in modo preventivo consigliando, a una mia amica che doveva andare a Bruxelles due giorni fa, di non andare. Io non sarei andata. E decidere di rinunciare a priori per timore che qualcosa possa succedere è triste, ma in questo momento sensato.

Anche se non ci saranno ulteriori attacchi come spero, sono riusciti a paralizzarci. Mi sento paralizzata e allo stesso tempo frustrata per stare qui, seduta sul divano con un gatto sulle gambe a guardare le notizie, scrivere un post sul mio blog che dovrebbe parlare di felicità e non fare nulla, nulla di responsabile per cambiare questa situazione.

Questo non è un post sulla felicità, (ovviamente!) ma sicuramente sulla sopravvivenza. Auguro a tutti noi in tutto il mondo, che siamo tanti e molti più di “loro”, di trovare una nostra personale forma di determinazione che ci consenta di non soccombere totalmente alla paura per poter raccontare una storia diversa da quella che sembra delinearsi ai nostri figli e ai nostri nipoti.

#standforpeace

Peace_for_Paris

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