Inizi ad annusare l’aria di primavera, sei al college in un paese disperso, hai finito il primo semestre di studi ed esami e sai che di lì a breve inizierà lo spring break, quella settimana di pausa fra un semestre e un altro in cui staccare la spina.

Questa la filosofia di SPRING BREAKERS il nuovo film cult di una generazione alla deriva.

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Le 4 ragazze protagoniste dell’ultimo film di Harmony Korine (regista di Gummo e dello sconvolgente Kids) non sono da meno e sognano fra una verticale e un’altra nei corridoi di un triste studentato, di andare in Florida, punto di incontro di tutti gli spring breakers di un’America probabilmente troppo di periferia e di provincia in cui tutto è terribilmente grigio: dai muri della scuola alle macchine e ai sottopassaggi che dalla chiesa portano allo studentato del college.

Appena arrivate in Florida, grazie ad un’operazione poco pulita per procurarsi i soldi, le 4 protagoniste si autocatapultano in una dimensione fuori controllo, un bombardamento di corpi più o meno nudi, una promiscuità esaltata dalla musica mixata e assordante. Le parole sono poche, le scene, le sgranature, i colori accesi, sono più eloquenti; quello che importa è la dimostrazione dell’eccesso e lo show dei costumi fluorescenti che provano a coprire corpi di Lolite poco maliziose e molto esplicite.

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La violenza serpeggia in tutto il film in cui lo sforzo maggiore è volto al mantenimento di un livello di adrenalina altissimo. La maggior parte degli spring breakers lo raggiungono “semplicemente” con il sesso, l’alcol e la droga. Le nostre 4 protagoniste invece vanno oltre, incontrano non casualmente Alien – gangter bianco, un po’ macchietta, formatosi con il vero gangster di colore – e il livello di adrenalina impenna. Entrano in contatto con un bad side della città, lontano dalle spiagge “innocenti” frequentate dagli spring breakers, un mondo popolato da gangster con orribili denti d’oro e collezione di tatuaggi, comprese le lacrime sotto gli occhi (nel linguaggio dei gangster  lacrima=aver ucciso).

Ci si potrebbe preoccupare per l’ingenuità con cui le 4 ragazze sembrano essere casualmente finite nell’ambiente più marcio della città, ma non ci si mette molto a rendersi conto che tre di loro sembrano esserci nate. Più armi riescono a maneggiare, più oltrepassano il confine della lontana vita del college, più si confrontano con il pericolo reale (che sembrano non avvertire) e più l’adrenalina sale. Quello che importa è fare una settimana da sballo, trovare se stesse e indossare sempre e solo il costumino  (preferibilmente di Victoria Secret), simbolo di una libertà agoniata tutto l’anno.

Gli spettatori (quei pochi che decidono di avventurarsi nella visione) sono richiamati costantemente dall’agghiacciante suono metallico del caricatore di un’arma da fuoco qualsiasi presagio di un non happy ending.

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Consiglio vivamente la visione. Un concentrato di arte contemporanea oltre confine.

Unica nota negativa: non ti fa venire voglia di avere figli, se c’è il rischio anche remoto di saperli alla deriva (anche solo per una settimana). Meglio quindi ricordare che quelle ragazze in realtà sono attrici bravissime e bellissime e autoconvincersi che nella realtà lo spring break non è così estremo

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